23 Maggio 2022
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PARLA VELASCO: "SENZA LO SPORT SCOPRIREMO I NUOVI LIMITI DELL'UOMO"

18-03-2020 06:15 - News Generiche
L'ex c.t. azzurro ed attuale direttore tecnico del settore giovanile della Fipav, e l'emergenza nel nostro Paese: "Ora comincia il difficile. L'uomo senza sport combatterà i suoi limiti".
Julio Velasco (nella foto) ha cambiato il modo di fare agonismo in Italia, e non solo nel volley.
E da 30 anni illumina menti di manager istruttori anche fuori dallo sport.
Ha vinto tanto, senza mai perdere contatto con le sue radici. Lo fa anche in questi giorni, dalla casa di campagna nel Bolognese, impartendo lezioni video di muro e bagher per pallavolisti inattivi.
Mai banale, sempre concreto e stimolante. Anche nel vuoto di buio sportivo, da fare e da vedere.
- Velasco, l'uomo si ritrova senza sport e non era mai successo. Può accrescere la sensazione di emergenza?
«Di mai vissuta, purtroppo, c'è la situazione generale. Sembra un film. La avvicino all'inizio di una stagione della Nazionale: entusiasmo a mille nel seguire le consegne nella prima settimana, qualche flessione nella seconda, dalla terza diventa decisivo tenere duro e solo chi ci riesce arriva in fondo. Il difficile, insomma, comincia adesso».
- Oltretutto, rinunciando allo sport.
«Ma è importante continuare a farlo, anche a casa. Fosse solo perché produce endorfine che sono un antidepressivo. Aiutano a stare meglio».
- L'attività di vertice, però, si è fermata.
«Lo sport perde la sua funzione. Come musica e arte, è spettacolo che diverte, svaga, fa pensare meno ai problemi. Magari ci farà riflettere su altro, adesso».
- Tipo?
«A quante volte ci siamo lamentati per nulla e di quel poco che ci manca. Spero che questo "allenamento" ci faccia apprezzare di più il tanto e il bello che abbiamo, ci renda più forti e orgogliosi».
- "Andrà tutto bene", diciamo tutti. D'accordo?
«Va bene solo dirlo ai bambini. Agli adulti dev'essere chiaro che saremo solo noi a farlo andare bene. C'è ancora qualche fenomeno in giro, c'è un focolaio di negazionismo che persiste».
- Intanto, l'atleta a casa si ritrova solo, perde il senso del gruppo. Anche dell'agonismo?
«Quello no. Adesso è tutti contro il virus. Con gli sportivi che, abituati come sono, devono essere guida e punta di diamante nel giocare e vincere questa partita».
- Come si fa?
«Sviluppando l'agonismo contro i propri limiti. Paure, noie e abitudini da cambiare che siano. Combatterli tirandoli fuori da noi, mettendogli una maglietta diversa dalla nostra. E giocandoci contro per batterli».
- Anche qui: consigli?
«Fare cose diverse. Leggere, sentire musica, vedere film, chiacchierare di più. In generale usando bene il tanto tempo a disposizione. Per gli atleti, ad esempio, potrebbe essere l'ora di prepararsi al momento in cui smetteranno. È un argomento delicato, non c'è mai tempo per fermarsi e affrontarlo. Ora si pub. Magari imparando l'inglese, studiando computer o cucina, coltivando un hobby trascurato».
- Lei ha vissuto la dittatura argentina e adesso c'è chi dice "sembra di stare in guerra".
«Esagera. Facciamo parlare i nonni che sono stati al fronte. Oppure chi è in fuga dalla Siria e dall'Iraq, chi è arrivato sui barconi. Gente alla mercé della guerra, della povertà e ora anche del virus. Piano con le parole, noi restiamo dei privilegiati».
- Come ci comportiamo?
«Ho sempre avuto grande fiducia negli italiani. Fin da quando, sportivamente, ero forse l'unico. Siamo quelli che quando le cose vanno bene si lasciano un po' andare, ma nelle difficoltà vere vengono fuori alla grande, come negli ultimi due Mondiali di calcio vinti partendo da situazioni disastrose. Ci vedono così all'estero anche perché siamo noi i primi a crederci. Il salto di qualità, adesso, sarebbe dare il meglio non solo quando siamo al limite. E, lontani delle emozioni attuali, riflettere sulle vere priorità, che devono rimanere sanità ed educazione, e sui tagli fatti».
- Lei ha allenato in Iran e il mondo non crede a numeri ufficiali ritenuti troppo bassi. Fa bene?
«Lo stesso vale per Cina e Russia. Come si pub essere sicuri? Esercizio inutile. Mi concentro sull'Europa e noto che, come da noi, sta emergendo forte l'orgoglio nazionale. Non mi sembra una brutta cosa, anzi. Ma mi chiedo anche se, per uscirne, non sia doveroso e imprescindibile pensare più in termini europei e addirittura di razza umana in generale».
- E, da uomo di sport, a Tokyo 2020 riesce a pensare?
«Ci sono due problemi oggettivi: qualificazioni ancora da fare e data dei Giochi abbastanza vicina. Bisogna provarci, però. Sarebbe il simbolo tangibile di una vittoria parziale, ovviamente tenendo come obiettivo prioritario la salute di tutti. Se mi dicessero ora di ripartire ad aprile non lo troverei serio, se fosse giugno potrei crederci. Per lo sportivo, ma anche per l'uomo in genere, è molto difficile fare una corsa senza un traguardo concreto».

Fonte: Roberto Condio (La Stampa)

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