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IL CERBIATTO

01-06-2026 06:15 - News Generiche
Il cerbiatto lo vidi per la prima volta all’inizio della primavera.
Avanzava incerto, si muoveva al limite del bosco, camminando lento e dall’aria un po' spaurita. Si guardava intorno, poi, più niente.
Passarono i giorni e le piogge incessanti ci costringevano al riparo, mentre la natura sembrava essersi di nuovo addormentata. I rami degli alberi zuppi d’acqua ciondolavano malinconici e solitari.
E se, dopo la tempesta arriva il sereno, eccolo l’amico sole a scaldar l’aria e ad asciugare l’erba. Il cerbiatto, naturalmente, non l’avevo più visto.
In cuor mio speravo che in qualche modo avesse trovato rifugio e cibo per sopravvivere a tanta acqua.
E, finalmente, l’ho rivisto, prima in lontananza, e, poi, più vicino. Era cresciuto, mi è sembrato più sicuro e, decisamente, bello.
Gli occhi neri, le orecchie leggermente appuntite, il manto di color miele, tappezzato da macchioline chiare, sul dorso una striscia quasi nera che copriva anche la coda, zampe agili sorreggevano il corpo scattante e ormai adulto.
L’animale non sembrava avesse paura, si era, infatti, avvicinato, un muretto di cemento e lunghi ciuffi d’erba, lo separavano dalla strada.
Di fianco il bosco ombroso e fitto colorava di verde l’aria.
Guardandolo mi ricordò il cerbiatto di peluche che la mamma mi aveva comprato alla fiera, lo tenevo sulla scrivania e ogni tanto lisciavo il pelo che quasi sembrava vero. Ora era vero sul serio, davanti ai miei occhi, incantati e sbalorditi.
Era lì, intraprendente, pronto a scattare di nuovo, libero nel suo mondo, fra i viottoli del bosco, fra i fiori selvatici, all’ombra di alberi secolari, fra il verde che sa di resina, d’erba, di menta.
Un colpo d’occhio di emozioni.

Patrizia Bianconi